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Il culto micaelico nel Gargano

Diari di viaggio

Fortuna e resistenza del culto micaelico nel Gargano
di Leonarda Crisetti


Le due direttrici agiografiche

Il culto micaelico ha avuto fortuna nello spazio e nel tempo per le sue due anime: quella naturale, che lo vuole Protettore delle forze incontrollabili del suolo (terremoti), e dell’aria (pesti e fulmini), nonché dispensatore dell’acqua da sempre tanto utile all’uomo, e quella che lo vuole Capo delle milizie celesti e Giustiziere nell’ultima transizione della vita.

Nel primo caso il culto fu posto in continuità e contrapposizione col serpente, vedendo il lui gli stessi attributi prima conferiti ad Attis, figlio di Cibele, la Grande Madre Terra, e poi simbolo del Male, sconfitto da Michele, così guadagnando molte cavità sotterranee, naturale rifugio dei rettili.

Nel secondo caso, come difensore dei diritti divini, l’Arcangelo assimilò l’immagine biblica di Giosuè. Dall’Oriente il culto si sarebbe trasferito nel Gargano [V/VIII secolo – in base alle chiavi di lettura], con la mediazione delle dominazioni bizantina prima longobarda poi.


San Michele Arcangelo

San Michele dell'artista Petrazeri, 1631 trafugata


Le due direttrici agiografiche caratterizzarono anche le diverse modalità di culto: la tradizione orientale predilesse le spelonche, ovvero gli antri naturali che si addentrano nelle viscere della Terra, e le virtù psicopompe, che conferirono a Michele il compito di pesare le anime al momento del trapasso nell’aldilà, quella longobarda preferì edificare cappelle nei luoghi più elevati e attribuire all’Arcangelo qualità guerresche e taumaturgiche.

L’iconografia lo ritrae, perciò, o con la bilancia – come da tradizione bizantina-, o con tunica, calzari e spada corta, serpente o drago sotto i piedi – come vuole quella longobarda.

Grotta di San Michele a Cagnano Varano

L’eco del culto nel Gargano

Molti centri garganici erano e sono tuttora devoti all’Arcangelo: non ve n’è uno che non abbia a lui intestato una via, o una cappella, o una chiesa, o che non abbia collocato almeno una statua di san Michele davanti alla sua abitazione, o alla masseria, o alla sua “puscina”.

Senza contare che molti genitori hanno prescelto di chiamare i propri figli Michele e molti continuano a bestemmiarlo.

Tra i centri più famosi del culto micaelico della “montagna del sole” sono comunque Monte Sant’Angelo e Cagnano Varano, i cui territori vantano il possesso di cavità naturali interessanti.

Se la prima ha avuto più fortuna storicamente e fruisce del vantaggio di essere entrata nel novero dei beni protetti dell’umanità, la grotta di San Michele di Cagnano Varano merita anch’essa attenzione per la sua valenza naturalistica, stroica, artistica e religiosa.


Questa grotta, lunga oltre cinquanta metri, con la volta caratterizzata da cupolette da cui scendono centinaia di piccole stalattiti, dalle pareti affrescate da interessanti pitture rupestri e da concrezioni calcaree che disegnano il “toro”, “l’ala di San Michele” e “il busto di Padre Pio”, questo antro ove praticavasi il culto delle acque e del serpente – attestati dalla presenza di una pozza che si riempie grazie allo stillicidio delle acque piovane e del rettile effigiato su un antico altare-, questa spelonca ove probabilmente si praticava il rito dell’“incubatio”, come si evince da qualche giaciglio ivi presente, vanta lunga frequentazione.

Essa è dunque espressione di un meticciato culturale, sicuramente verticale ma anche orizzontale, presentando tracce di frequentazione di popoli variegati che hanno condiviso approcci diversi col sacro per entrare in rapporto con il mistero e così sostenere le difficoltà della vita.

È questo il punto di arrivo di alcuni recenti studi [cfr. L.CRISETTI, A.d’ARIENZO, A. GUIDA, La grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia, Bastogi, 2010].


Grotta di San Michele a Cagnano Varano

Grotta di San Michele Arcangelo a Cagnano Varano. Piede con vela, pesce, ..

Monte Santangelo e Cagnano Varano


Se il culto micaleico cagnanese sia stato l’esito dell’assimilazione promossa da Monte Sant’Angelo, dopo che il territorio di Cagnano era entrato nell’Honor di Monte Sant’angelo, non è dato di sapere con certezza. La tradizione orale in ogni caso così narra:


Arco con squilla

Arco con squilla

Un giorno un pastore condusse le sue vacche a pascolare.
Un bue scappò via veloce e s’infilò nella grotta attraverso un buco, senza potere più uscire.
Il padrone fece molti sforzi per cercare di liberarlo, ma inutilmente.
Improvvisamente vide prima una gran luce e poi apparire l’Arcangelo San Michele.
Il pastore corse subito in paese per annunciare l’accaduto.
Tutti i cagnanesi andarono in grotta per potere vedere l’Arcangelo.
Allargarono il buco, cercarono di qua e di là, ma San Michele non c’era più.
Trovarono, invece, le impronte del suo cavallo.
Seguendo le orme del quadrupede fecero una sosta alla fontana di San Michele, dove l’Arcangelo - avendo sete - s’inginocchiò e, improvvisamente, sgorgò dalla roccia acqua fresca e pura da quella sorgiva che oggi si chiama fundana de Sa Mmechéle.
Proseguendo il cammino per il bosco, videro una pozzanghera che l’Angelo aveva trasformato in puscina detta poi Puscina de Sa Mmechéle, a metà strada tra Cagnano e Monte.
Giunto a Monte Sant’Angelo, l’Arcangelo entrò in grotta e là rimase per sempre.


Cagnano Varano sul Lago di Varano

Cagnano Varano sul Lago di Varano

La Grotta di San Michele a Cagnano Varano

La Grotta di San Michele a Cagnano Varano

Una festività dalla doppia cadenza


A Cagnano come in molti altri abitati si registra la doppia cadenza religiosa, festeggiandosi l’8 maggio, secondo la tradizione longobarda, e il 29 settembre, come vuole il calendario bizantino, anche se qui ha avuto maggiore successo la ricorrenza dell’8 maggio.

Entrambe le date, in ogni caso, sono in continuità con la tradizione precristiana, legate all’inizio e alla chiusura della bella stagione, quindi alla transumanza.
Festività popolari in cui rimase forte il valore apotropaico, cercando le plebi che si sono rivolte all’Arcangelo, nei tempi in cui le loro condizioni di vita erano disumane, di tenere lontane le influenze maligne.

La frequentazione ieri


“Ventinove settembre 1917, ricorrenza del Santo protettore Arcangelo Michele. Festeggiamenti limitati alle sole funzioni religiose perché c’è la guerra […] .
Era ancora buio ed ero ancora a letto, quando sentii nella strada il canto delle litanie.
Scesi dal letto, corsi dietro la persiana del balcone e vidi una lunga fila di pellegrini, venuta a piedi dai paesi vicini.
Avanti un uomo portava la croce, lo seguivano tante altre persone in fila per due. Non mancavano le giovani e i bambini.
Due uomini, ultimi della fila, cantavano le litanie, mentre il coro rispondeva “Ora pro nobis”. Entrarono in chiesa per visitare il Santo. Dopo aver pregato hanno ricomposto la fila, uscirono, infine, cantando l’inno santo:

O glorioso Arcangelo
proteggi in questa via
la nostra compagnia
che vien piangendo a Te.


Si sono diretti poi verso il santuario.
È questa una grande e lunga grotta naturale sotto una collina, ove, raccontasi, si sia fermato l’Arcangelo guerriero, mentre andava a Monte Sant’Angelo.
[…] L’illuminazione della grotta è fatta con la cera. Candele sparse su ogni crepaccio delle pareti, danno al tempio in campagna un aspetto assai suggestivo. Anch’io ho deciso di andarvi con le compagne, seguendo la processione che partiva dalla Chiesa Madre. […].”


“La festa di San Michele dell’8 maggio era allora [1931] molto sentita, attesa e desiderata per tutto l’anno, era festa grande per il paese.
Bancarelle del torrone e delle noccioline americane, dopo il tramonto illuminate con le luci ad acetilene, invadevano il corso e la piazza, nella quale veniva eretto il palco per l’orchestra sinfonica che la sera era attorniato da una gran folla.
A conclusione della festa c’erano, naturalmente, i fuochi pirotecnici, la battaria.
Il 7 e l’8 maggio, a Cagnano, c’era anche una grande fiera del bestiame, una delle prime della stagione, e perciò importante per gli allevatori della Puglia e del Molise, che vi portavano le loro mandrie di mucche, greggi di pecore e capre, cavalli, muli, asini, maiali.
La fiera si svolgeva sotto gli olivi nei pressi del vecchio Cimitero, dove ora c’è il Municipio con la piazza e il monumento a Nicola D’Apolito, fino alla Casetta Roscia, allu Cutinu Riale, verso la Madonna di lu Rite, da una parte, e poi verso la Vaccarizza e la Craparizza, fin sopra la stazione ferroviaria. [ …]

Ho partecipato alla Processione di San Michele dall’età di sei anni, quando frequentai la prima classe elementare, appunto, e ci fu l’inaugurazione dell’«edificio scolastico», poiché fino all’anno precedente le varie classi erano disseminate in varie case del paese.

L’apertura della festa era sempre annunciata dallo sparo di un mortaretto, e noi bambini correvamo a metterci in testa alla lunga processione capeggiata dal prete con la Croce e seguita da una gran massa di fedeli, paesani e forestieri, a piedi ma anche nei carri con cavalli e muli infiorettati.

Cagnanesi e forestieri venuti appositamente andavano allora in grotta, in processione. Lungo la strada allora sterrata, a destra, un trecento metri prima di arrivare alla Grotta, s’incontrava una grande Croce di pietra, alta un metro e mezzo, posta su un blocco con due gradini. I pellegrini quando giunti vicino vi lanciavano un sasso per testimoniare della loro fede, secondo Padre N. De Monte.

Noi ragazzini dicevamo, invece, che sotto la Croce c’era il Serpente, e ancora più immancabilmente buttavamo sul cumulo la nostra pietra, e anche due. “Perché – dicevamo – accussì l’accedime prima.

Scrive ancora Padre Nicola De Monte: ‘Quando il Capitolo era numeroso [cioè nei tempi passati] appena giungeva il pellegrinaggio, si cantava con grande solennità la Messa in terza. Oggi si celebra la sola Messa del Parroco e dei sacerdoti forestieri.
Dietro l’altare, in fondo alla Grotta, ci sono delle vaschette colme d’acqua; una di queste vaschette viene chiamata «di Santa Lucia», e i fedeli, il giorno della festa, si bagnano gli occhi per conservarli sempre immuni dai mali, o guarirli da essi.’ Noi ragazzini dicevamo che questa vaschetta fosse in comunicazione con il lago, e se uno vi avvicinava l’orecchio, stando ben attento, poteva sentire il rumore delle buttagne.
Io, però, per quante ne tentassi non l’ho mai sentito.
Nella Grotta attiravano la nostra attenzione gli ex-voto dei fedeli miracolati da San Michele. Noi bambini ci soffermavamo più a lungo a guardare e a commentare il miracolo dello sciarabbà [char- à- banc ].
Qualche anno prima il cavallo di uno di questi tipici carri leggeri che trasportava una famiglia, si era imbizzarrito tra la folla ed aveva scavalcato la “macera” precipitando lungo il costone sottostante. Ma per fortuna, o miracolo appunto, nessuno dei trasportati e lo stesso cavallo subirono danni.
Al pellegrinaggio partecipavano molti sannicandresi, che, dopo la visita alla Grotta si accampavano con i “traini” tra gli ulivi intorno al Cimitero, dove ora c’è la piazza ed il nuovo Municipio, arrostivano carne su grandi fornelli, mangiavano, brindavano con vino rosso di Canosa, cantavano stornelli, facevano il gioco delle ndrandelecon uno scannèdde appeso ad una corda legata ad un ramo d’albero. […]”

Nella seconda metà del XX secolo il pellegrinaggio in grotta è continuato.
Ne sono testimone.

Quel che più m’è rimasto impresso è il rituale di disegnare la mano, in quel vano-sacrestia, dov’è l’antico altare col serpente.
La mattina dell’8 maggio, appena entrate in grotta insieme alle compagne, ci recavamo in detto locale, dove, posata la mano sinistra sulla parete bianca, le dita ben stese, con la destra che reggeva un lapis o un carboncino vi passavamo intorno, disegnando il contorno della mano.
Tirata via la sinistra scrivevamo, poi, nel mezzo il nostro nome e cognome, e a volte la data di nascita e quella della visita.
Cento, mille mani su tutte le pareti che dopo qualche tempo non vedemmo più, perché il custode le aveva spazzate via con una pennellata di calce.
Indelebili, invece, alcune vecchie “firme” poste sulle basole del pavimento, graffite dai devoti per ricordare all’Arcangelo che erano passati a fargli visita.
Ne ho contate più di sessanta: alcune eseguite con superficialità, altre con estrema cura, sì da sembrare opera d’arte.
Alcune forme di piedi sono orientate in direzione dell’altare, altre prendono la via dell’uscita.
Dentro ai piedi graffiti si leggono simboli e segni: un pesce, una vela, un nome, una data, un cerchio, una croce greca.
Se sulle basole la forma dei piedi ha trovato decisamente maggiore spazio rispetto a quella delle mani, sulle pareti della sacrestia, al contrario, sono state le mani le più rappresentate.

Con il tempo, le pagine bianche di un voluminoso registro sono andate a sostituire le pareti, bianche anch’esse, della sacrestia.

Chi visita oggi la grotta lascia perciò un autografo sul registro, accompagnandolo talvolta con qualche messaggio all’Arcangelo, alla Madonna, a San Pio e ad altri Santi.


La frequentazione oggi


Dal registro delle firme posto su un leggio a destra dell’antro di Cagnano, risulta che nel biennio 2001-2003 sono giunti nella grotta di San Michele sul Varano 14.680 visitatori.

Di questi, il 50% proviene dalla regione Puglia, il 32% dalle restanti regioni italiane e il 6% dai rimanenti stati del mondo, mentre il 12% non dichiara la provenienza, che presumo sia soprattutto indigena.

La distribuzione provinciale dei visitatori segue il seguente ordine: Foggia (93%), Bari, (2%), Lecce, Taranto, Brindisi. I top ten della provincia di Capitanata - Cagnano escluso - sono: San Giovanni Rotondo, Foggia, Sannicandro Garganico, San Severo, San Marco in Lamis, Apricena, Manfredonia, Carpino, Rodi Garganico, San Paolo Civitate.

Riguardo alla distribuzione dei visitatori per stato di provenienza, si nota che è in testa la Germania, seguita da Svizzera, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Spagna, Canada, Polonia, U.S.A., Argentina e da altri stati del mondo.
La distribuzione dei visitatori per regioni italiane – che non ne vede esclusa alcuna dal traffico in grotta-, escludendo la Puglia, vede invece in capofila la Lombardia, seguita da Piemonte, Lazio, Emilia Romagna, Campania, Veneto, Sicilia, Abruzzo, ….
Il periodo di maggiore frequenza annuale riguarda il semestre primavera-estate, i picchi sono raggiunti nei mesi di maggio e di agosto. Nei restanti mesi dell’anno la frequentazione non è trascurabile.

Le categorie sociali a tutt’oggi attratte dal sacro


I visitatori che continuano a giungere in grotta sembrano attraversare categorie e ceti sociali, generi ed età.
Il motivo dell’industria culturale, che manipola i flussi dei pellegrinaggi, non interessano la grotta di Cagnano, dove non sono operatori turistici, alberghi e agenzie interessate a promuovere il culto, anche se taluni vi giungono perché si trova sulla scia di un percorso che li ha condotti prima a San Giovanni Rotondo, quindi a Monte Sant’Angelo.
Le ragioni della visita sono variegati, confidati all’Arcangelo da loro stessi.

C’è chi (l’amica o l’amico del cagnanese migrante), viene per curiosità, ma ci sono anche autentici devoti, molti dei quali sono giovani, come si evince dalle esternazioni rinvenibili nel registro, dove ho letto: “San Michele proteggici” (Carla da Torino), “San Michele fammi stare sempre bene” (Antonio da Bari), “San Michele illuminaci”, “San Michele, prega per noi”, “ … dai salute e prosperità”, “… indirizzaci sulla strada della pace e della bontà”, “… perdona le nostre colpe”, “ … dacci pace e salute”, “… veglia su di noi affinché sappiamo trovare la via giusta”, “… aiuta la mamma”, “ … aiuta le mie figlie”, “… aiuta la mia famiglia”, “ … aiutaci a tenerci uniti”, “Proteggi mio padre che ti è devoto”, “Proteggi tutti affinché possiamo stare tutti meglio e soprattutto i più poveri”.

Al Santo si rivolgono persino i bambini per chiedere una benedizione “per la nonnina” e “molta forza” anche per sé”.

La grotta è visitata da disperati che accorati chiedono “una grazia”, perché la vita “è una vitaccia”, il mondo è “difficile”.

Preghiere struggenti: “Ti amo per sempre, fammi una grazia!”; “Fammi una grazia che ne ho bisogno”.
Preghiere che invocano un posto di lavoro, o che vogliono dire semplicemente “grazie”, aprire il proprio cuore all’Arcangelo, donargli il proprio amore.
C’è chi accenna ad un voto, ad una promessa da aggiornare e chi giunge per gemellaggio parrocchiale; chi parla di coloro “che soffrono le pene del diavolo” e chi denuncia la propria miseria spirituale, chi lancia appelli accorati per uscire dalla miseria, chi - consapevole di essere appordato all’ultima spiaggia -, implora il miracolo.

C’è il credente, che viene in grotta per suggellare un patto di amicizia e chi, agnostico, vi accompagna la propria famiglia.

Alla grotta giungono scolaresche per scelte progettuali di taluni bravi docenti, ma anche famiglie e/o studiosi mossi da motivi naturalistici: La grotta è molto bella- scrive una signora di Brescia. Bello, Bellissimo! – annota un giovane di Apricena.

È stato emozionante entrare in grotta. Tutto stupendo! – confida un fiorentino. Caro Gesù, la natura ha fatto meglio degli uomini- scrive un ragazzino. E mentre si decantano le bellezze, si denuncia qualche disguido: Molto bello, però ci vogliono più segnali stradali per venire; Per il decoro, bisogna pulire la strada d’accesso!

Nella grotta, come nei pensieri dei visitatori, in definitiva, trova spazio tutta la complessa realtà, evidente nelle “luci” e nelle “ombre”, come confermano i pensieri teneri di chi è fiducioso, e le espressioni forti di chi è disperato.

Quasi tutti i visitatori si rivolgono all’Arcangelo, senza preamboli, in stile colloquiale, dandogli direttamente del “tu”.

Solo in qualche caso ci si rivolge a Lui in modo più formale: “Grazie per la sua protezione”, scrive, infatti, Francesca Sanchez, che non è italiana.
Dall’analisi emerge, dunque, che alle forme di “magismo primario”, che porta in primo piano le persone che hanno difficoltà a soddisfare i bisogni essenziali, si accompagnano da sempre manifestazioni di “magismo secondario”, radicato nella frustrazione vissuta di fronte alle istituzioni che non funzionano, nel diffuso senso di impotenza e precarietà, indotto dal fallimento del nostro sistema culturale, o più semplicemente da qualcosa di più profondo, legato alla natura umana, fragile e complessa, caotica e irrazionale.

Prova ne è il fatto che, nonostante il mutamento e la complessità della nostra società, l’affluenza ai santuari nel Sud d’Italia è probabilmente in crescita.



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